In origine era il pan rozzo: un pane in uso tra i contadini, di forma semisferica, fatto con farina di mais che gli conferiva un colore giallo ed una consistenza notevole, e cotto al forno, con zone quasi bruciacchiate che al pane facevano assumere quel caratteristico colore marrone scuro, che oltre che tonalità diveniva sapore, sapore di un onesto, povero pane…
Poi una geniale ed artistica mente di pasticcere ne volle fare una riproduzione dolce, una riproduzione solo nell’apparenza in realtà: così le uova nell’impasto diedero quel giallo dovuto al mais, le mandorle tritate riprodussero la granulosità dell’impasto del pane (sempre dovuto al tipo di farina), ed infine il colore della crosta, come riprodurre quel particolare tono di marrone? Il cioccolato, naturalmente…
E così Luigi D’Amico, il pescarese Pinturicchio della pasticceria aveva concluso la sua opera.
Ma a questo capolavoro mancava il nome? Come indicare un’opera d’arte senza conoscerne il nome? Come descrivere la Gioconda? Quella donna bruna che osserva con una strana aria intrigante? Non sarebbe pratico! E’ Monnalisa…
E così il dolce del maestro D’Amico necessitava un nome, nome che giunse da qualcuno che di parole si intendeva, che delle parole aveva fatto la sua vita e segnato anche la vita di tanti altri: a battezzare il dolce fu Gabriele D’Annunzio.
Parrozzo.
Così lo chiamò il Vate, rimanendo così colpito e conquistato da questo semplice dolce da dedicargli un sonetto, La canzone del parrozzo, oltre a numerosi altri scritti, fra cui delle lettere in cui ringraziava l’amico pasticcere per avergli donato un dolce così prelibato. Tutta questa documentazione è gelosamente custodita dagli eredi di D’Amico.
Ma non solo a D’Annunzio è legato questo dolce, altri figli della generosa terra d’Abruzzo lo hanno, per così dire, celebrato, e così: Luigi Antonelli, commediografo e critico letterario nel 1927 scrisse una "Storia del parrozzo", il ceramista Armando Cermignani realizzò i disegni e i colori della scatola, il maestro Di Jorio musicò la canzone del Parrozzo sul testo dell'umanista Cesare De Titta.
Non è certo poco per un semplice, semplicissimo dolce.
Fin qui l’affascinante storia del parrozzo, ma di preciso cos’è il parrozzo?
E’ un dolce a forma semisferica, costituito da una pasta montata a base di uova, zucchero, olio e farina (o semola, non quella rimacinata di grano duro, ma il semolino, che conferisce al dolce una consistenza “sbriciolosa”), con aggiunta di farina di mandorle dolci e qualche mandorla amara a profumare (a volte vengono usate anche le “armelline”: sono i semi racchiusi nel nocciolo dell’albicocca, e questo è l’ingrediente che dà il sapore di mandorla ad alcuni dolci, come ad esempio agli amaretti), cotto in forno e poi, una volta fatto raffreddare, completamente ricoperto di buon cioccolato fondente.
Il parrozzo è sicuramente il dolce che più rappresenta l’Abruzzo, quanto meno in termini di notorietà, si produce però per lo più in un determinato periodo dell’anno, sì perché il parrozzo è il dolce natalizio per eccellenza, il panettone o il pandoro d’Abruzzo.
La preparazione per decenni è stata artigianale, ma relativamente di recente, è stata avviata una produzione che consente, confezionando il parrozzo in atmosfera controllata, di mantenere il dolce fragrante per circa 4 mesi. Esiste anche il parrozzino, che, come si intuisce, altro non è che un piccolo parrozzo.
Una nota a parte merita un altro dolce abruzzese, meno noto, ma che tanto somiglia al parrozzo: è il pan dell’orso, un dolce del tutto simile ma con la differenza di contenere nell’impasto burro (e non olio) e miele, il che dà una maggiore morbidezza a questo pane prodotto nella zona del Parco Nazionale d’Abruzzo, precisamente a Scanno. La derivazione del nome del dolce è immediata poiché l’orso, l’orso marsicano per la precisione, è il simbolo del parco.
Ingredienti:
250 g di cioccolato fondente
220 g di zucchero semolato
3 cucchiai di olio d’oliva
150 g di mandorle dolci macinate con la buccia
150 g di farina bianca o semolino (o una miscela dei due)
7-8 mandorle amare (o 1-2 cucchiaini di essenza di mandorle)
6 uova
un pizzico di sale
scorza grattugiata di limone (o arancia)
Procedimento:
In una terrina montare i tuorli con lo zucchero, fino ad avere un composto spumoso, unire le mandorle tritate e, in seguito, la farina e/o il semolino, alternandole tra loro e facendole cadere a pioggia da un setaccio; per ultimo unire l’olio.
Montare gli albumi a neve e aggiungerli delicatamente al composto; versarlo nella tortiera (uno stampo da zuccotto semisferico) imburrata e infarinata e passare in forno a 160-170°C per 40-45 minuti, facendo la prova dello stecchino per verificarne la cottura, ma non prima del tempo richiesto poiché il composto, se si apre il forno prima del tempo, tende a sgonfiarsi.
A cottura ultimata, estrarre il dolce dalla tortiera e lasciarlo raffreddare completamente. Tagliuzzare il cioccolato fondente e farlo sciogliere a bagnomaria; versarlo sul parrozzo e stenderlo uniformemente sul dolce con una spatola.
Una curiosità: il parrozzo si può servire con l’Aurum, un liquore pescarese, forse poco noto, con una gradazione alcolica di circa 40° a base di brandy ed infuso di arance. E’ un liquore che si sposa molto bene coi dolci in generale e con il parrozzo in particolare. Il nome deriva dal termine latino aurantium, che vuol dire arancio, e gli fu dato dal fondatore della prima distilleria dell’Aurum, Amedeo Pomilio, ma con la collaborazione di chi? Di Gabriele d’Annunzio ovviamente!