La coltivazione del grano duro costituisce un comparto di grande importanza per la Puglia, tanto che, in virtù delle ampie superfici dedicate alle piantagioni di grano, il Tavoliere delle Puglie, con i suoi 9 milioni di quintali annue, è noto come il “granaio d’Italia”.
Il grano duro si differenzia da quello tenero non solo per il contenuto lievemente superiore di proteine, ma soprattutto per i prodotti derivanti dalla macinazione: dal grano duro, infatti, si producono semole e semolati dai granuli grossi con spigoli netti, molto adatti per la produzione di paste alimentari e pane, mentre dal grano tenero si ottengono farine dai granuli tondeggianti, più idonee alla preparazione di pasta all’uovo o del pane bianco.
Seminato in ottobre o novembre, il grano duro viene raccolto a giugno; tuttavia, prima di passare alla macinazione, esso deve essere conservato in un luogo asciutto per un lungo periodo, generalmente fino a settembre, affinché sia salvaguardato da sbalzi di temperatura che possano alterarlo; in passato si utilizzavano le fosse, oggi ci si avvale di moderni silos fuori terra. La ragione di questa conservazione risiede nel fatto che, in questa fase, il grano è ancora un organismo vegetale “vivo” che si modifica aumentando la qualità delle proteine e la consistenza del glutine, determinante per la qualità della pasta, e, in virtù di questo, deve essere conservato in ambienti sani e a temperature uniformi. Successivamente, i grani subiscono una speciale macinazione che distacca le semole dalla crusca molto lentamente, al fine di evitare di surriscaldare il prodotto, cercando di conservare la fragranza originaria.
Il grano duro è un prodotto che si è sviluppato piuttosto in ritardo, si stima intorno al IV sec. a.C., e si è diffuso in tutta l’area mediterranea e medio-orientale a clima caldo e siccitoso, soppiantando il farro. In Italia, questa coltivazione ha avuto una notevole espansione negli anni ’70 a seguito della politica agricola della Comunità Europea che ne incentivò la produzione per far fronte all’incremento del consumo delle paste alimentari e alla conseguente importazione massiva di grano duro che ne derivava. Si è trattato di una politica estremamente vantaggiosa per l’Italia e, in particolare, per le regioni meridionali e insulari, dove le favorevoli condizioni climatiche hanno consentito l’espansione delle coltivazioni. Il grano duro, infatti, si adatta meno facilmente alle variazioni climatiche e resiste meno ad avversità come il freddo o l’eccessiva umidità, per questo trova maggiore diffusione nelle regioni calde del Sud Italia.