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Petronilla: vini


Quali si debbono mescere a colazioni e pranzi? (già mi sento chiedere da quelle che poco sanno). Per i vini, amichette, bisogna rimettersi alla propria cantina, al proprio borsellino, ed anche ai vari gusti; ma attenersi però, ed esclusivamente, ai nostrani giacchè noi, figli d'Italia, della terra che un tempo veniva persino chiamata Enotria (ossia del Vino) non dobbiamo - assolutamente non dobbianzo - pur di darci certe... arie, spender soldi in vini forestieri. Per qualsiasi pranzo o colazione io metto sul tavolo una bottiglia di vino bianco (che non deve mai mancare assieme al pesce, agli antipasti, e che dev'essere sempre secco) e una bottiglia di vino da pasto, purchè sia... di vino prelibato. Quali vini bianchi secchi, io - per pranzi e colazioni alla buona - mi attengo al «Soave» veronese, perchè vino locale; ma a voi, amichette, a voi che siete sparse per tutta la nostra Italia bella, addito il «Bianco cortese» piemontese; il «Verdicelio» marchigiano; il «Bianco Chianti» toscano; l'uno e l'altro dei prelibati vini «delli Castelli» romani; il pugliese «Bianco Sansevero»; ed il sardo «Nuragus». Quando invece, voglio molto molto bene figurare, mi attengo - sia per gli antipasti che per il pesce - agli... «scicchissimi vini bianchi di Capri o di Orvieto», ché - quando si vuole molto figurare - bisogna anche adattarsi a «molto spendacchiare». Quali vini da pasto, ma... da pasto con invitati, e quindi vini un po' più... alti di quello, un po'... basso, che uso ogni giorno, io ricorro al veronese «Valpolicella» (il preferito dal mio signor marito); a voi però addito anche il «Bardolino» pure veronese; il famoso «Lambrusco» modenese; il «Secco dolcetto» e il «Grignolino» piemontesi; i briosi vini «dell'Oltrepò» pavese; il romagnolo «Sangiovese»; il famoso «San Ferdinando» pugliese; e l'uno o l'altro dei rinomati «Chianti» che ci offre la Toscana. Quali vini per arrosti, o per qualsiasi altro piatto di carne, io riserbo - ma esclusivamente per i miei grandi pranzi, non mai per colazioni (sian pur sciccone) ben sapendo come non sia prudente variar nei vini a mezzo della giornata...- l'una delle bottiglie da anni tappate, da anni lasciate a riposare giù, nel fresco della cantina, e che si stappa quando l'arrosto compare in tavola. Nella nostra cantina (ch'e quella di gente scarsetta di soldi e quindi anche di vini) non sono che bottiglie del piemontese «Barolo», cioè di quello che, per il profumo, su tutti preferisco io; ma a voi, amichette, suggerisco anche il «Barbera», il «Barbaresco», il «Gattinara», tutti quanti piemontesi, il «Sassella», il «Grumella» e l'«Inferno» tutti quanti della Valtellina; gli alcoolici «vini rossi e secchi» delle Puglie, e il siciliano «Faro secco» che però... per esser figlio della terra infocata dell'Etna, facilmente troppo riscalda le teste! Quali vini per i dolci che, come tali, dovranno essere anch'essi assai dolci, e riserbati per i soli pranzi durante i quali non si siano prima stappate altre bottiglie (prudenza e saggezza insegnano d'essere assai parchi nel variare i vini) io , amichette, vi addito i moscati d'Istria «Rosato» e «Malvasia»; i «passiti» ed i «vini santi» toscani e dell'Elba; la romagnola «Albana»; i moscati pugliesi «Aleatico» e «Solento»; i dolci vini sardi «Malvasia» e «Vernaccia»; e i famosi «Moscati siciliani» di Noto e Siracusa. Alla fine di un pranzone - ma soltanto di un grandissimo pranzone - si stappano, in casa nostra, anche 1, 2 e persino 3 bottiglie di vino bianco spumante. Si stappano, invece di quelle di vino dolce, mentre viene appunto servito il dolce; o - se non si volessero ascoltare i consigli delle Madame Prudenza e Saggezza - dopo le frutta e prima del caffè. Le bottiglie - tenute prima per qualche ora in ghiaccio (o fuori della finestra nell'inverno) le stappa sempre il marito con la sua faccia compunta di grave uomo che stia compiendo un'importantissima operazione; le stappa tagliando il filo di ferro che teneva saldo il tappo; riscaldando con la sua mano il collo della bottiglia; e cercando, con il polpastrello del pollice, di porger aiuto al cilindretto di sughero ch'è ormai sì voglioso di uscire per sempre dalla stretta... della sua prigione. Le stappa, mentre tutti noi teniamo gli occhi fissi al tappo che lento... lento... sale... sale...; mentre certuna si tappa le orecchie per la tema del... forte colpo; mentre, stringendo i calici, tutte le destre si tendono, pronte a ricevere la spuma alcoolica e ghiacciata; e mentre su tutte le labbra stan già - pronte ad uscire - le cordiali parole augurali. Pum!... Il tappo è saltato! «Evviva! Evviva!». Ognuno s'alza; si muove; s'accosta. In fretta in fretta, il vino si mesce. La spuma rimbocca. I calici tintinnano ai tocchi. - Salute a te! - Buona fortuna a te! - Evviva la Petronilla e il suo maritino! - Evviva voi, amici! Ognuno già centellina. Ognuno di già ride. Ognuno è già felice, di quella grande euforia che a tutti - e specie alle nostre testoline femminili - reca sempre l'allegra e viva spuma dei nostri vini! Nostri? Naturalmente; giacchè è dover nostro - ognuno lo dice; lo predica; lo ripete; e Sua Maestà stessa ce ne dette il grande e saggio esempio - ricorrere direttamente ai nostri «bianchi spumanti» e non già a questi stessi mandati da noi oltr'Alpe, e là manipolati, e da là poi rimandati con tanto di etichetta forestiera, ma con tanto - anche - di prezzo decuplicato. E fra i nostri vini bianchi e spumeggianti per fine-pranzo, ecco così gli «spumanti» di Conegliano e di Trento; lo «spumante Lacrima Cristi» della Campania; e quelli che a tutti offre la cittadina del Piemonte che degli spumanti è la somma regina, cioè il dolce «Moscato d'Asti» forse apprezzato più dalle donne di Francia che dalle donne d'ltalia; e il «Secco spumante d'Asti», quello ch'è il tipico, il classico, quello che vien sempre servito anche ai pranzi di Casa Reale, quello che deve, quello che degnamente può, sempre sostituire, in ogni mensa italiana, i vini della francese Champagne. Ora sapete, amichette mie timide ed ignare, anche quali vini vi conviene, nelle varie occasioni, comperare; sapete cioè come basti poter disporre del sonante borsellino maritale, per potere - in quanto a vini - tutto osare e tutto fare. Tutto osare e tutto fare purché, però, oltre saper cucinare; oltre poter comperare; oltre possedere in cucina tutto l'armamentario adatto; nulla manchi anche nella credenza e negli armadi di ciò ch'è indispensabile perché si possa bene apparecchiare la tavola; bene presentare i piatti; e bene servire un pranzo. Come? Voi non oserete mai, fare (dite) perché il vostro armadio e la vostra credenza non sono affatto ben forniti? Ma... molto dipende da voi stesse, amichette mie; dal vostro amare la casa, più della vostra persona stessa; dal vostro saper rinunciare ad un vestitino (che durerà... quasi niente) per avere un servizietto per la tavola (che durerà, invece... sempre); dal vostro saper approfittare d'ogni occasione nella quale l'usanza vuole ci si scambino regalucci in famiglia, per proporre «comperiamo, per festeggiarci, le vaschette per le frutta?»; dal vostro essere previdenti al par delle formiche che ammucchiano... ammucchiano... ammucchiano sempre; e anche dal vostro molto lavorare per la vostra casa. Così la Tovaglieria che possedete, è troppo usuale o troppo dei tempi che sono ormai trapassati? Ebbene, amichette, vi assicuro che se nelle vostre menti c'è solo un «tantin» d'artistico, che se nei vostri cuori c'è la volontà di tanto lavorare per la vostra casa, e che se le vostre mani sono un po'... bravine nel ricamare, potete - veramente potete - poco spendendo, ma lavorando d'ago assai, tutto fare alla perfezione e, quindi, sempre osare all'occasione. E qualora anche in questo campo voleste calcar le orme dell'amica vostra Petronilla... vi dico che io, la mia «tovaglieria», me la sono tutta quanta fatta e ricamata io, e che anzi ho fatti e ricamati varî servizî per aver così sempre pronto l'adatto ad ogni varia esigenza d'ogni vario invito. E così: debbo offrire una colazione? Allora, ma solo allora - dato che il piano del mio tavolo non ha divisioni nel mezzo, ch'è tutto lustro e bello, e che io amo (lo confesso) le straniere novità - tolgo dal mio armadio non già una tovaglia, ma bensì l'uno dei miei servizi «all'americana», cioè i sottopiatti (per ciascun coperto una tovaglietta di circa centimetri 45x30), i rispettivi tovaglioli, piccoli, di circa cm. 40x40) ed un centro da stendere nel bel mezzo della tavola nuda (i miei sono di cm. 50x37). I «servizi» li ho fatti tutti in grossa tela di lino; e per le colazioni alla buona, di color lievemente greggio (a rinnovarne il colore, dopo il bucato, tuffo i... «capi» in blando infuso di tè); e, per le colazioni invece... eleganti, in tela di colore roseo, azzurro e verde-pisello, ché voglio il colore della tovaglia assecondi quello dei fiori (o delle foglie) con i quali potrò, quel giorno, ornar la mia tavola. In ogni capo, ho cucito tutt'ingiro un orlo basso (1/2 cm., e a «orlo-a-giorno», oppure «gigliuccio»), ed ho ornato i sottopiatti nei 4 angoli; in uno, i tovaglioli; e tutto quanto il centrino, con ricami o applicazioni.
Debbo invece offrire un pranzo? Allora... sempre «all'italiana», cioè con una «vera » tovaglia bianca. E il pranzo è intimo? Familiare? Eccomi in questo caso, togliere dall'armadio l'uno di quei vecchi servizi di vecchia «Fiandra» che nella mia (come forse nella vostra) famiglia sono stati tramandati dalla nonna alla mamma, ed ecco così far la loro comparsa una vasta tovaglia che vale a riparare financo le ginocchia, e i vasti tovaglioli ch'eran i preferiti dal nonno (un po' spesso «sbrodolone»; ma il tutto... un vero poema di fiori tessuti candidi e lustri, un piccolo, ma autentico e ormai raro tesoretto che fa sempre rievocare, al cuore, i vecchi pranzi patriarcali di quei vecchi e grassotti tempi là. Il pranzo è invece di lusso? Niente «americanate», allora, niente «anticaglie», ma una tovaglia «alla moderna». Eccomi, cioè, in questo caso togliere dall'armadio l'una delle mie belle tovaglie, che ho fatte tutte adatte alla mia tavola e dalla quale non devono debordare che di 20 centimetri tutt'ingiro, e i suoi rispettivi tovaglioli, che sono piccoletti (cm. 50 per 50) ché il moderno galateo ci ha ormai istruiti a mangiar con garbo, senza tanto impiastricciar le mani, e senza unger le vesti, e... persino le guance! Le mie tovaglie sono di grossa tela di lino, o di velata tela di bisso; son rifinite tutt'attorno da un bel bordo traforato, e recano ricami o applicazioni nei punti rispondenti ai 4 angoli della tavola (cioè là, dove non ci saranno mai piatti) e ricami od applicazioni nel mezzo (ma sempre e solo là dove il frutto del mio... sudato lavoro non verrà mai, nemmeno in parte, ricperto dal vasellame). Vedete dunque, amichette mie, che... purché il borsellino vi dia il permesso di comperar grossa tela purché le vostre mani sian bravine nell'arte sommamente femminile del ricamare, e purchè l'estro di ben scegliere ricami ed applicazioni non vi difetti... vedete (dicevo) che con spesa assai ridotta potete anche voi avere tovaglieria adatta a pranzetti ed a pranzoni.
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