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Dolci, frutta e dessert

Cookaround

Parrozzo

Parrozzo

Dosi & Ingredienti

  • Zucchero 200 gr
  • Cioccolato fondente 150 gr
  • Semolino 150 gr
  • Uova 6
  • Burro 30 gr
  • Mandorle amare 8
  • Scorza di limone grattugiata di 1 limone - 3 gr
  • Attrezzature

  • Forno

Preparazione

  • 1

    Tritare le mandorle e aggiungere il semolino e il limone grattugiato. Mescolare il tutto. Montare i bianchi delle uova a neve con una punta di sale e aggiungere i bianchi montati, assieme ai rossi delle uova e allo zucchero, al preparato iniziale di mandorle e semolino.
    Rivestire di carta stagnola uno stampo a forma di cupola, e versarvi il composto. Mettere in forno per 3/4 d'ora a 180-200 gradi.
    Dopo la cottura mettere il parrozzo su un foglio di carta assorbente. Preferibilmente il giorno dopo, sciogliere il cioccolato a bagnomaria con la punta di burro, e spalmarlo prima sulla base del dolce e poi una volta solidificatosi il cioccolato alla base, sulla parte superiore.
    Lasciar solidificare il tutto.

Curiosità

  • In origine era il pan rozzo: un pane in uso tra i contadini, di forma semisferica, fatto con farina di mais che gli conferiva un colore giallo ed una consistenza notevole, e cotto al forno, con zone quasi bruciacchiate che al pane facevano assumere quel caratteristico colore marrone scuro, che oltre che tonalità diveniva sapore, sapore di un onesto, povero pane…

    Poi una geniale ed artistica mente di pasticcere ne volle fare una riproduzione dolce, una riproduzione solo nell’apparenza in realtà: così le uova nell’impasto diedero quel giallo dovuto al mais, le mandorle tritate riprodussero la granulosità dell’impasto del pane (sempre dovuto al tipo di farina), ed infine il colore della crosta, come riprodurre quel particolare tono di marrone? Il cioccolato, naturalmente…

    E così Luigi D’Amico, il pescarese Pinturicchio della pasticceria aveva concluso la sua opera.

    Ma a questo capolavoro mancava il nome? Come indicare un’opera d’arte senza conoscerne il nome? Come descrivere la Gioconda? Quella donna bruna che osserva con una strana aria intrigante? Non sarebbe pratico! E’ Monnalisa…

    E così il dolce del maestro D’Amico necessitava un nome, nome che giunse da qualcuno che di parole si intendeva, che delle parole aveva fatto la sua vita e segnato anche la vita di tanti altri: a battezzare il dolce fu Gabriele D’Annunzio.

    Parrozzo.

    Così lo chiamò il Vate, rimanendo così colpito e conquistato da questo semplice dolce da dedicargli un sonetto, La canzone del parrozzo, oltre a numerosi altri scritti, fra cui delle lettere in cui ringraziava l’amico pasticcere per avergli donato un dolce così prelibato. Tutta questa documentazione è gelosamente custodita dagli eredi di D’Amico.

    Ma non solo a D’Annunzio è legato questo dolce, altri figli della generosa terra d’Abruzzo lo hanno, per così dire, celebrato, e così: Luigi Antonelli, commediografo e critico letterario nel 1927 scrisse una "Storia del parrozzo", il ceramista Armando Cermignani realizzò i disegni e i colori della scatola, il maestro Di Jorio musicò la canzone del Parrozzo sul testo dell'umanista Cesare De Titta.

    Non è certo poco per un semplice, semplicissimo dolce.

    Fin qui l’affascinante storia del parrozzo, ma di preciso cos’è il parrozzo?

    E’ un dolce a forma semisferica, costituito da una pasta montata a base di uova, zucchero, olio e farina (o semola, non quella rimacinata di grano duro, ma il semolino, che conferisce al dolce una consistenza “sbriciolosa”), con aggiunta di farina di mandorle dolci e qualche mandorla amara a profumare (a volte vengono usate anche le “armelline”: sono i semi racchiusi nel nocciolo dell’albicocca, e questo è l’ingrediente che dà il sapore di mandorla ad alcuni dolci, come ad esempio agli amaretti), cotto in forno e poi, una volta fatto raffreddare, completamente ricoperto di buon cioccolato fondente.

    Il parrozzo è sicuramente il dolce che più rappresenta l’Abruzzo, quanto meno in termini di notorietà, si produce però per lo più in un determinato periodo dell’anno, sì perché il parrozzo è il dolce natalizio per eccellenza, il panettone o il pandoro d’Abruzzo.

    La preparazione per decenni è stata artigianale, ma relativamente di recente, è stata avviata una produzione che consente, confezionando il parrozzo in atmosfera controllata, di mantenere il dolce fragrante per circa 4 mesi. Esiste anche il parrozzino, che, come si intuisce, altro non è che un piccolo parrozzo.

     

    Una nota a parte merita un altro dolce abruzzese, meno noto, ma che tanto somiglia al parrozzo: è il pan dell’orso, un dolce del tutto simile ma con la differenza di contenere nell’impasto burro (e non olio) e miele, il che dà una maggiore morbidezza a questo pane prodotto nella zona del Parco Nazionale d’Abruzzo, precisamente a Scanno. La derivazione del nome del dolce è immediata poiché l’orso, l’orso marsicano per la precisione, è il simbolo del parco.

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