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Mostra versione intera : Terroir O Vitigno


epicuro
14/06/06, 02.16
Terroir o vitigno?
Questo è , secondo me il grande interrogativo a cui deve rispondere la viticoltura attuale se vuole programmare il suo futuro.
Il vino deve rispecchiare vitigni e territori tradizionali o essere il risultato della lavorazione delle cosidette uve internazionali ( Cabernet, Chardonnay, Shiraz ecc.) che danno vini ottimi ma a scapito del concetto di territorio e a tutto vantaggio di un sapore globalizzato?
Chiaramente queste due "ideologie" riguardo al futuro del vino hanno alle spalle anche concezioni culturali ed economiche diverse e non a caso vengono spalleggiate l'una dai cosidetti produttori storici ( Francia, Italia e Spagna) , l'altra dai nuovi produttori ( Usa, Australia ,Cile ecc.).
Dietro queste differenti visioni ci sono realtà vitivinicole completamente diverse: nei paesi europei la dimensione media di una azienda è di circa 5 ha mentre nei paesi del Nuovo Mondo la dimensione media raggiunge i 300 ha.e masse finanziarie e capacitò produtive capaci di condizionare interi mercati nazionali.
Mi sembra quindi chiaro perchè queste due impostazioni si combattano: la sfida è fra un vino che porti alle differanziazoni territoriali e un avanzata del "gusto Coca Cola".
E' vero che il vino nella nostra concezione europea è un prodotto con una storia, una cultura ma è vero anche che il viticoltore deve anche ottenere per il suo lavoro una remunerazione e allora per quali motivi un viticoltore dovrebbe rischiare con vitigni autoctoni sconosciuti alla massa dei consumatori quando con i vitigni internazionali può ottenere un vino valido e facilmente vendibile sul mercato?
Penso che inanzitutto cercare di competere con aziende di gran lunga superiori per produzione e mezzi finanziari sia un impresa a lungo periodo non sostenibile.
Possono cambiare i gusti del mercato e seguirne i cambiamenti per un piccolo o medio praduttore sarebbe molto dispendioso e avrabbe tempi necessariamente più lunghi di quelli delle maxi cantine.
Mi sembra sciocco e poco producente produrre vini stile Napa Valley quando i costi di produzione in Europa sono infinitamente superiori proprio per il discorso delle dimensioni aziendali.
Ritengo quindi che il discorso migliore che possa fare la nostra enologia sia quello di fare scoprire ai consumatori qualcosa di nuovo e il nuovo in questo caso è il vecchio: sono i vecchi vitigni autoctoni, molte volte quasi dimenticati.
Anche questo però ci pone di fronte a tanti problemi perchè se è vero che per certi vitigni autoctoni ( Nebbiolo, teroldego,Montepulciano ecc) il progresso è sempre continuato perchè sono sempre stati prodotti , per altri che erano quasi scomparsi e solo da pochi anni sono stati riscoperti manca quella base di esperienza di coltivazione e vinificazione che è alla base di un prodoto qualitativamente valido.
Si trovano in giro sugli scaffali molti vini autoctoni che risultano brutte copie dei vini Bordolesi o della California perchè anzichè studiare bene il territorio e le potenzialità delle uve si è preferito risolvere il problema usando la onnipresente barrique che non asseconda certo i caratteri dei vitigni e non permette l'esaltazione del terroir.
Il terroir è un insieme di fattori ( suolo, sottosuolo, microclima, storia, cultura) che esltano l' uva e ci danno un vino unico, non paragonabile ad altri, riconoscibile e soprattutto che parla, ci narra una terra, una gente, una storia.
Bisogna quindi studiare bene un vitigno di cui si vuole riscoprire l'essenza: capire i terreni e le zone dove meglio rende la sua personalità, i tipi di impianto e di lavorazione che meglio esaltano le sue peculiarità, i tempi di raccolta,le pratiche di cantina che migliorano la sua essenza, i modi e i tempi di invecchiamento che meglio assecondano il suo sviluppo.
Tutte cose che richiedono tempo, studi ma soprattutto passione.
Io credo però che a lungo andare solo chi seguirà questa strada potrà rimanere sul mercato non solo guadagnando ma anche continuando a fare del suo lavoro una cosa di cui andare orgoglioso e non diventare un fabbricante di vino ma restare un poeta di questo stupendo prodotto.

Cinzia
14/06/06, 11.09
Epicuro come sai non conosco molto il mondo del vino però mi appassiona e cerco di capirlo

Credo che il futuro di Paesi come l'Italia con una storia lunghissima alle spalle come produttrice di ottimi vini sia la qualità per distinguersi tra i tanti vini del mondo simili ma lontani nella tradizione, passione del viticultore, qualità delle uve, ecc.
Ben vengano quindi le varie classificazioni con quelle sigle strane doc, docg, ecc. che ci fanno capire le differenze fra due bottiglie di vino ottenuto si dai stessi vitigni ma con differenti modi
Secodno me un grande compito devono prenderselo gli enologhi, i sommelier, gli intenditori di vino che dovrebbero trasmetterci l'amore, la ricerca della qualità del prodotto
Ho sentito diversi enologhi dire che il futuro di zone come la mia non è di certo la valorizzazione di quei piccoli vigneti autoctoni ma è il mettersi in pari rispetto alle grandi produzioni estere ..... bè secondo il mio modestissimo parere questo modo di pensare porterà alla scomparsa della qualità, della passione, dell'amore che i singoli piccoli produttori hanno sempre messo in primo piano

Credo comunque che negli ultimi anni ci sia stato un cambio di direzione da parte dei consumatori italiani, secodno te?
Vedo le persone che scelgono accuratamente il vino da abbinare a cene importanti o meno importanti ..... credo sia un buon segno

:)

vapjazz
14/06/06, 14.57
... bella discussione ... ci sarebbe da parlare per ore ....

Mi piace ricordare che quando ero un ragazzino curioso che cercava di carpire i segreti dell'enologia, il primo suggerimento di mio papà per abbinare correttamente un vino ad un piatto fu:
"primo spartiacque, in larga massima, è bianco con pesce e rosso con carne, giovane con piatti poco elaborati e vecchio con piatti ricercati, ma soprattutto vino della stessa regione del piatto !!!"
Devo dire che in seguito ho ritrovato questo criterio di estrema semplicità ma soprattuttto di larga massima, in diverse pubblicazioni....

Viva il terroir ed abbasso i trucioli nel vino!!!!

epicuro
17/06/06, 01.51
Luna Blu
Tu poni tanti interrogativi che all' apparenza hanno risposte semplici e scontate ma che se ben analizzati non sono poi tanto semplici e scontati.
Io ho individuato 5 grandi interrogativi che richiederebbero ognuno un lungo approfondimento.
Ho pensato quindi di rispondere a uno alla volta .
IL primo quesito è quello sul futuro del vino.
Mi piacerebbe avere delle certezze su questo punto ma purtroppo la battaglia fra le due tendenze è appena iniziata echissà se e quando vedremo un vincitore.
Esistono due grandi schieramenti in campo: i sostenitori dei vini buoni ma oòologati, globalizzati e i sostenitori dei vini altrettanto buoni ma legati al territorio.
Ho scritto vini buoni perchè dei cattivi non vale la pena parlare.
In tutte e due le scuole di pensiero si parte dal concetto di produrre vini come minimo buoni, meglio ancora se i risultati sono eccellenti.
La differenza stà nel come produrli e nel concetto stesso di vino.
Nella concezione enologica dei produttori del Nuovo Mondo si parte da determinati vitigni ( al momento la parte del leone la fanno Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Shiraz) cosidetti internazionali perchè si adattano facilmente a molte situazioni di suolo e clima e quasi ovunque danno ottimi risultati e tramite una tecnologia praticamente standard si ottengono ottimi vini ma praticamente con gli stessi profumi e sapori di fondo sia che vangano prodotti inFrancia come in Australia o negli Stati Uniti.
Al momento ad esempio il mercato è costituito da vini abbastanza morbidi, leggermente tannici con profumi che hanno come base il legno e la vaniglia provenienti dall' uso delle barrique.
Ivini del territorio invece sono legati alla tradizione e partono per la maggior parte da vitigni autoctoni che danno risultati eccelsi solo se coltivati in determinate zone e in determinate maniere.
Si possono apportare modifiche al tradizionale modo di coltivare le uve e di trasformarle in vino maalla base restano i profumi e i sapori tipici di quel vitigno e dei terreni sul quale nasce.
E' facile dire che il secondo schiramento dovrebbe vincere specie se il discorso viene fatto tra addetti ai lavori o meglio fra appassionati ma in realtà
la disfida è lunga e difficile in quanto i produttori che si ispirano al primo tipo di vino hanno dalla loro delle armi molto potenti , in primis il denaro.
Con il denaro puoi ottenere facilmente tante cose che invece lo schieramento diciamo tradizionalista deve sudarsi e non sempre riesce ad ottenere.
L' apporto dei grandi media, la possibilità di lavorare in dumping per conquistare mercati, i prezzi di produzione più bassi sono solo alcuni dei mezzi a disposizione di questi colossi enoici per vincere la guerra.
Sull'altro lato penso che la risorsa magiore che possa venire messa in campo è la sinergia con il territorio in modo che l' unione con tutto quanto circonda i vigneti ( storia, cultura, tradizione, turismo ecc.) contribuisca all' affermazione di questi vini legati al territorio.
Ho visto alcuni di questi esempi in Francia e soprattutto nella zona della Valle del Rodano ( forse perchè questa è una zona che ho frequentato più di altre) e sonorimasto stupito da come piccole realtà riescono a muoversi per difendere le loro particolarità.
Mi auguro che i territori che sono stati la culla della civiltà enoica (in particolar modo Francia, Italia e Spagna) riescano a proseguire questa lotta contro la nuova ideologia del vino e nella difesa delle peculiarità e della tradizione ma non ritengo in nessun caso scontato il risultato finale.

Paprika
17/06/06, 11.18
Non intervengo sulla problematica sotto l’aspetto enologico, in quanto abbastanza ignorante in materia; vorrei invece contribuire a questo dibattito con una visione commerciale.

E’ evidente che l’orografia italiana e, in parte francese e spagnola non consentono grandi coltivazioni e latifondi. Anzi la conformazione delle valli, colline e piccoli appezzamenti puo’ unicamente esaltare la ricerca della differenziazione su base locale. Non c’e’ altra via se non perseguire sotto al profilo produttivo la qualita’ e la localizzazione. Le economie di scala non si possono attuare.

E’ peraltro vero che e’ necessario ormai separare l’aspetto produttivo da quello commerciale. Si sta progressivamente diffondento nel mondo la concentrazione della distribuzione e dei canali commerciali; in italia siamo ancora in ritado, ma il trend e’ il medesimo. E’ evidente che un grande squilibrio nel potere contrattuale dei piccoli produttori nei confronti della forte distribuzione asciuga i margini dei primi, piu’ deboli, minando in tal modo un elemento fondamentale per il mantenimentoo della qualita’: adeguati investimenti.

La via che potrebbe consentire il mantenimento delle specificta’ produttive e’ la formazione di consorzi commerciali, che consentano un rapporto piu’ paritetico con la controparte distributiva.

In un pasato lavoro professionale ho a lungo tentato di creare un marchio di superqualita’ unendo le forze commerciali di 7 tra i migliori prosciuttifici di Langhirano. La loro oggettiva miglior qualita’ non era percepita ne’ remunerata dal mercato. I loro concorrenti si chiamavano Nestle’, BSN, Kraft: come puoi competere contro questi enormi corporation che hanno nel tempo acquisito i nostri piu’ grandi prosciuttifici? Come si puo’ negoziare con catene disributive nazionali o internazionali quando la dimensione e’ tanto ridotta?

Per acceder ad una notorieta’ di marca e mantenere margini contrattuali e’ necessario unificare le risorse commerciali. Purtroppo la mentalita’ imprenditoriale italiana soffre di una sorta di egocentrismo, e i miei cari produttori di prosciutto non hanno accettato ruoli subalterni, non hanno voluto delegare ad un centro coordinante le loro azioni commerciali che potevano risultare efficaci, sommando le risorse di ciascuno. Per ognuno di loro il vero concorrente era il prosciuttificio vicino, non la Nestle’.

Secondo me, entrando in un ambito internazionale, solo con la creazione di gruppi consortili dimensionalmente significativi sara’ possibile preservare la localizzazione produttiva, la specificita’ e la qualita’ della produzione vinicola. Se ognuno tentera’ di affrontare concorrenza e distribuzione da solo, purtroppo, non sara’ molto roseo il futuro della piccola produzione enologica.

Spero di aver dato un contributo utile a questo interessante dibattito.

ropa55
17/06/06, 11.50
Per l'Italia e sopratutto per l'enologia del sud non credo ci sia alternativa alla strada del recupero dl territorio e dei vitigni,autoctoni ancora poco consciuti.
Non possediamo ne le grandi etichette,conosciute come il Barolo il Brunello il Rosso di Montalcino o il tanto bistrattato in patria Lambrusco che a quanto so però ha un ottimo mercato estero.
Ancor più che al nord esiste una parcellizzazione del fondo agricolo che rende necessaria la nascita e lo sviluppo di aziende coperative(senza che diventino carrozzoni assistenziali) in modo da consorziare i piccoli produttori e metterli nelle condizioni di affacciarsi al mercato interno ed estero,cosa asssai dificile nelle attuali condizioni.
Su questa strada pare essersi avviata l'nologia del sud,ma ancora solo il 40% della produzione viene imbottigliata il resto vien venduto sfuso o rimane stoccato in attesa della trasformazione alcoolica.
Su questa strada paiono avviarsi i nostri produttori il lancio del Nero d'Avola ,del Mascarello,dell'iIsolia o il Cappuccio della Benanti,son esmpi da perseguire come la difesa delle fantastiche uve zibibbo di Pantelleria.
Non demonizzerei totalmente l'uso dei vitigni internazionali giacchè ottimi risultati si son ottenuti viste le condizioni pedo-climatiche dell'isola sia in purezza che come bleded con le nostre uve,come il Tripudium belded di nero d'avola cabernet e syrah.
Non potremo mai competere a livello di mercato internazionale se non in questo modo e valorizzando accanto al vino l'insieme degli altri prodotti che la Sicilia ma Ll'Italia come la Francia può offrire.
Le vie del vino e del gusto son ottimi inizi.................ma van molto più pubblicizzatee fatte conoscere,sia in Italia che all'estero in modo da
metter in movimento un mercato del turismo enogastronomico che aiuti nella battaglia contro la produzione di vini omologati nei sapore e nel prezzo.
Quest'ultimo è un punto dolente,non potremo mai far la guerra in questo senso,troppa è la differenza di storia e cultura europea da quella degli stati emergenti nel settore, ma se l'europa continuerà nella battaglia tagliandosi da sola le "mani" vedi come ci si è comportati nel confronto del cioccolato o i tanto nominati trucioli nel vino la vedo male......................

epicuro
17/06/06, 15.07
Caro Paprika,
ritengo molto utili al dibattito interventi come il tuo anche perchè nascono da esperienze personali.
Desidero però controbattere ad alcune osservazioni contenute nel tuo scritto.
Il mantenimento della qualità passa per adeguati investimenti che i piccoli non sono in grado di sostenere.
Penso che sia in gran parte un falso questa affermazione che purtroppo troviamo spesso come scusa da parte di tanti produttori e più ancora da parte di molti enologi.
Piuttosto vedo costi maggiori nel volere seguire le grandi cantine : ad esempio la moda delle barrique è costata a tanti imprenditori vinicoli tanti soldi (le barrique costano moltissimo e hanno una vita molto breve) e in molti casi con risultati cattivi se non devastanti a livello qualitativo inquanto usare questo tipo di botti è facile ma usarle bene è difficile e richiede molti studi e molte prove specie per un Paese che in questo campo non ha una tradizione centenaria come la Francia.
Il rispetto della tradizione , anche con i dovuti accorgimenti di modernizzazione, è meno costoso perchè la tradizione vuole anche dire semplicità.

Altro punto la concorrenza di prezzi nelle catene distributive.
Ritengo che i piccoli produttori non debbano entrare in concorrenza con le grosse ditte nelle grandi catene distributive soprattutto per due motivi: l'impossibilità di competere con i prezzi e con la quantità produttiva.
Le grandi catene distributive hanno bisogno di grandi numeri che i piccoli produttori non riescono ad assicurare.
Ecco allora che lo sforzo secondo me deve essere fatto alla ricerca di canali di distribuzione alternativa ( enoteche, ristoranti, internet) che possa non solo vendere il prodotto ma spendersi anche nella sua pubblicizzazione presso determinate categorie di persone anche approfittando della competenza e passione di chi in queste realtà di distribuzione lavora .
In molti casi il tuo discorso sull' egocentrismo dei piccoli produttori è giusto ,ma esistono anche realtà (in numero sempre maggiore) che sono riusciti a superare questo limite e a mettere in piedi Consorzi di vignaioli che funzionano e che fungono da esempio per i colleghi di altre realtà.
Mivengono in mente , perchè li conosco meglio il Sindacato dei produttori di Beaux de Provence ( fondato dal grande Chef-Vignaiolo Jacques Andrè Charial) con lo slogan "piccoli è bello" Che è riuscito in poco tempo a radunare non solo i vignaioli ma tutte le piccole realtà produttive della zona ( produttori di olio e di frutta, ristoratori, albergatori ecc.) e L' Associazione dei Vignaioli del Trentino che è riuscita a rompere il dominio delle grosse cantine nella zona ( forse sembra strano ma in Trentino di fronte a tante realtà di piccoli produttori abbiamo due colossi come la Cavit che è la prima cantina italiana per fatturato e la Produttori Mezzacorona anch'essa tra le prime dieci cantine d' Italia) e ad imporsi sempre più come forza propagandistica del vino trentino e anche a cambiare i rapporti di forza all'interno del Comitato della vite e del vino ( massimo organo decisionale per questo settore in provincia)
Sono piccole cose ma dimostrano che la ricerca di un alternativa alle grandi case di produzione e al futuro di un vino Coco cola è possibile , basta non inseguire queste grosse entità finanziarie sul loro campo ma cercare zone di scontro in un terreno ai piccoli più favorevole ed attuare una politica di sinergia con altri settori della piccola produzione attenti a quei valori che stanno alla base di questa scelta ( difesa delle diversità, della tradizione della cultura e della storia).
Ciao e a risentirci

epicuro
17/06/06, 15.32
Non voglio polemizzare con Ropa55 ma solo aggiungere piccoli appunti di discussione a quanto da lui scritto nel suo intervento.
Parli della parcellizazione dei territori vinicoli nel Sud e in Sicilia in particolare ma vorrei ricordarti che quelle che tu dici essere piccole realtà produttive sono gigantesche se paragonate alla realtà produttiva di zone come il Trentino- Alto Adige, il Friuli,la Liguria e tante zone della cosidetta enologia di montagna.
L'innesto in determinate zone dei cosidetti vitigni internazionali hanno dato in pochi casi dei prodotti notevoli ma nella maggior parte io trovo dei risultati deleteri.
Certo i vitigni internazionali danno ottimi vini ( penso che in caso contrario non sarebbero internazionali) ma purtroppo è il loro modo di usarli che non mi convince.
Ho bevuto ottimi Cabernet Sauvignon e ottimi Chardonnay prodotti in Sud Italia ma la maggior parte delle volte mi chiedevo dove erano finiti i connotati distintivi di queste stupende zone : bevevo un ottimo vino ma che poteva provenire benissimo dal Cile o dalla California ,insomma un vino perfetto tecnologicamente e sensorialmente ma senza un anima .
Era come andare a letto con una modella stupenda ma fredda , il cui interesse principale è non rovinarsi l'acconciatura.
Le strade del vino e dei gusti sono ottime iniziative ma devo dire che in Italia sono ancora lontane anni luce da quello che potrebbero essere se sviluppate diversamente .
Ancora una volta devo prendere come esmpio la Francia che in queste cose è maestra ( credo di conoscere ogni metro della Route du vin d' Alsace ) e dove non sono le strade del vino che rincorrono le realtà della zona ma al contrario sono le realtà della zona che rincorrono la strada del vino.
Fino a quando questi esempi non verranno studiati e con le opportune modifiche ( in fondo ogni realtà è diversa e abbisogna di aggiustamenti che si leghino al territorio e alla sua gente) importati in Italia io vedo queste strade del Buongusto come cattedrali nel deserto.

ropa55
17/06/06, 20.01
Epicuro hai fatto bene a puntualizzare.
La parcellizzazione e l'avvio di coperative era riferito non ad altri territori
italiani ma contrapposto alle estensioni vitivinicole americane ,australiane e fra poco anche cinesi.
Il piccolo da solo per quanto bene possa produrre è destinato a scomparire
,ed è bene piuntualizzar anche questo concetto chi ha in mano una produzione di nicchia come un passito di pantelleria continuera à vivere bene
altre realtà certamente no.
Ad evitar questo senza cercare di scimmiottare e inseguire modelli di iperproduzione d'altre realtà si deve trovare un modo di consorziare,non tanto nella produzione ma come forza di mercatro i nostri dimensionalmente piccoli operatori del settore.
Ma alla fine credo che il concetto di base sia lo stesso.

L'innesto dei vitigni internazionli e l'anima del prodotto non posson essere la sola discriminante, il consumatore medio è capace i comprendere questo tratto del vino? ed è il consumatore medio che fà il mercato altrimenti avremo produzioni che resteranno ottime ma sconosciute.

A mio avviso ma non ho la tua conoscenza approfondita del mercato,il vitigno internazionale che si inserisce non sostituisce la ricerca e l'impianto dell'autoctono pur privo dell'anima( ma è una parte minoritaria dei consumatori
che ha la capacità di evidenziare questi aspetti) del territorio può esser traino e motivo di apertura del mercato a vini che altrimenti assai difficilmente varcherebbero i confini non dico nazionali ma internazionali certamente.
E' una strada da non precludersi in partenza,non deve diventar l'unica e nemmeno preponderante produzione,ma un'arma in più per farsi conoscere.

Sulle strade del vino vedo che ripredi il concetto ma il vino è solo una delle componenti di una realtà più complessa che deve esser espressa nella totalità degli aspetti per aver un senso pratico di sviluppo,altrimenti restan sterili realtà che poco o nulla incidono.

epicuro
19/06/06, 15.46
Chiedo scusa a Ropa55 e a tutti coloro che seguono questa discussione se ancora una volta torno sulla realtà del Trentino Alto Adige, che oltre a essere la realtà vitivinicola che meglio conosco è anche una di quelle zone di produzione dove il concetto di piccolo e autoctono è più visibile.

Pur avendo ormai da decenni introdotto in regione i vitigni internazionali ( quindi non seguendo la moda o le costrizioni economiche degli ultimi anni) , questi vitigni non sono mai stati il traino dell'enologia diquesta regione ma si sono integrati nella ricca struttura varietale presente in zona.
Il traino a livello di immagine è sempre stato in mano ai vini e ai vitigni di origine locale con la sola eccezzione del San Leonardo ( un piccolo gioiello di uvaggio bordolese reso possibile soprattutto dal crù di origine veramente eccezzionale).
Teroldego, Marzemino e Mueller Thurgau per il Trentino e Gewurtztraminer,Lagrein e Schiava sono state e sono le bandiere enoiche della regione e i vitigni internazionali sono solo degli arricchimenti alla proposta anche dove i risultati qualitativi sono molto buoni.
Un discorso a parte meritano gli Spumanti e il Pinot Nero, prodotti non veramente autoctoni ma anche non facenti parte di mode attuali.
Lo spumante prodotto con il metodo classico ha ormai in Trentino una storia secolare essendo dei primi anni del secolo la nascita delle prime bottiglie di Ferrari( a proposito avete mai visto sulla stampa o in tv pubblicità dlle cantine Ferrari?)
Il Pinot Nerodeve il suo successo nella regione alla presenza di microzone (esmpio i conoidi di Faedo e di Mazzon) che danno a questo vitigno caratteristiche particolari e risultati di livello assoluto.
Inoltre teniamo presente che pur apprazzato in tutto il mondo il vitigno Pinot Nero non diventerà certo un vitigno ambito dalle grandi cantine commerciali perchè troppo difficile e molto legato a specifiche realtà di terreno e microclima.
Vorrei aggiungere che ormai da molti anni curo gli acquisti di vini per i ristoranti e gli alberghi dove opero e che sempre mi ha stupito la miopia di cantine che fanno di vini diciamo internazionali i loro vini bandiera soprattutto come prezzi.
Trovo difficile vendere a determinati prezzi vini a base Cabernet o Chardonnay provenienti da zone o regioni di" nuova"vocazione enoica che invece possono benissimo stimolare curiosità con vini diversi.
Perchè un trentino dovrebbe provare uno Chardonnay siciliano o pugliese,se ne ha già tanti tipi in regione?Altro discorso se gli diamo la possibilità di assaggiare un Primitivo o un Fiano o un Nero d' Avola.