
Originariamente Scritto da
gamaluni
Bene.
Vedo che l'argomento è giunto ad una giusta maturazione.
Proprio come dev'essere per i prodotti lievitati: troppo poco non cresce nulla, esagerando lascia l'acre in gola.....così come troppo tempo fa inacidire ed andare a male il tutto....

Opera del fungo contenuto nel lievito di birra: un organismo unicellulare dal nome scientifico di
saccharomyces cerevisiae ed è di certo uno dei lieviti più usati nella panificazione, che si trova in diverse forme: panetti, disidratato o istantaneo. Può vivere sia in presenza di ossigeno, esso respira, utilizzando il glucosio e l'ossigeno per produrre anidride carbonica e acqua oppure, in mancanza di ossigeno, fermenta utilizzando sempre il glucosio (nella farina e amidi) per produrre anidride carbonica e alcol etilico. Durante la produzione del pane l'ossigeno incorporato mediante l'impastamento permette al lievito di riprodursi velocemente ma questa fase termina in questo fase o subito dopo, quindi inizia la fermentazione in cui produce l'anidride carbonica che gonfia la pasta.

Inoltre, uno dei fattori che influenza la vita del lievito è la temperatura: per quanto riguarda la respirazione predilige temperature attorno ai 25° (una delle ragioni per cui mantenerla bassa durante l'impastamento), la fermentazione invece è massima dai 28 ai 35 gradi. Per avere un'idea dell'importanza di questo fattore basti pensare che passando dai 20° ai 35°, ogni grado di differenza produce un aumento della velocità di fermentazione di circa il 10%.
A temperature inferiori ai 10 gradi il metabolismo del lievito si ferma, invece muore anche per brevi periodi oltre i 40-50-60°; può però sopportare la congelazione ma è necessaria una certa cura e attenzione durante lo scongelamento.
Ci sono anche altri fattori da tenere in considerazione. Se il lievito si trova in una soluzione molto concentrata di sale, tende a cedere l'acqua presente al suo interno e quindi morire; è una meccanismo noto come osmosi. Questo problema si ha in particolare con il sale (che fa aumentare la "pressione" in modo doppio rispetto allo zucchero) da cui la consueta raccomandazione di non far entrare in contatto direttamente il sale e il lievito durante la prima fase di impasto (meglio metterlo per ultimo: ecco perchè le macchine per il pane emettono un beep per l'aggiunta degli ingredienti, sale compreso). Anche elevate concentrazioni di zucchero ( attorno al 30%) ostacolano la fermentazione, per questo in tali casi si aumenta la percentuale di lievito rispetto alla farina o si impastano gli ingredienti in due tempi aggiungendo lo zucchero solo dopo.
Altra cosa curiosa è che se la concentrazione di zucchero supera il 5% prevale comunque la fermentazione.
Ma l'oggetto del contendere (o meglio, di capire, nel nostro caso, serenamente, senza azzannarci), era: quanto usarne.
Ci vengono in aiuto i chimici.
La quantità di lievito dipende dal metodi di preparazione dell'impasto e dagli altri ingredienti presenti (zucchero ad esempio), generalmente viene consigliato il
3% per il pane con impasto diretto e comunque di non superare il 4% sul peso della farina.
Per gli impasti indiretti (biga, poolish...) varia a seconda del tempo di fermentazione, dalla temperatura, dalla quantità di acqua. Per ultimo, nel caso di impasti dolci o conditi, è necessario aumentare un po' la quantità senza superare il 6%.
Per chi ha l'animo chimico , nella respirazione la reazione e questa:
C6H12O6 + 6 O2 ---> 6 H20 + 6 CO2
in cui da 100 gr di zucchero si possono avere fino a 25 gr di lievito (peso secco), resa difficilmente raggiungibile anche nei lievitifici per il fabbisogno di ossigeno.
La fermentazione invece è alcolica:
C6H12O6 ----> 2 C2H5OH + 2 CO2
in cui si ottengono invece solo 0,6 grammi per 100 gr di zucchero....
Ma questa è alchimia. Cosa assai diversa dal gusto delle nostre papille e dei villi intestinali che dovranno poi, una volta digerito bene, estrarne i primncipi nutritivi utili e non dover ricorrere a bere ettolitri di acqua perchè (effetto pizza di certe pizzerie "veloci" nella lievitazione (vedi argomento del business de "la vecchia saggia" alias Linda) o incursioni notturne a scolarsi coca-cola o magnesia per digerire.

Ma dai ragazze: alla fine siamo qui per darci tutti una mano. L'esperienza insegna, anche gli sbagli, i tentativi, le riuscite imperfette. Ciò che conta è mettere a disposizione ciò che si apprende. Non si finisce mai, o no, di imparare?
Grazie a tutte per la pazienza di avermi letto e soprattutto per i vostri consigli.
Gabriele
P.S.: ho rifatto la ricetta con metà dosi indicate ma impastando la sera prima con soli 0,2 grammi (zero virgola due grammi) di lievito in acqua e 100 gr di farina. La mattina ho trovato tutto lievitato e gonfio. L'ho reimpastato con altri 150 gr di farina e il resto degli ingredienti. Porzionato in palline, lievitato, coperto con un sacchetto taqgliato a metà di quelli della frutta per evitare l'eccessivo asciugamento delle palline e le screpolature. Infine....stampato con la tazzina. Un vero successo. Provare per credere.